Vincenzo Amato sul set

Vincenzo Amato: lascio decidere al caso e sono felice!

Vincenzo Amato, scultore e attore, vive a New York per un fortuito allineamento di stelle. Il matrimonio di un amico nella Grande Mela lo portò ad attraversare l’oceano. Quella che avrebbe dovuto essere una toccata e fuga dura da trent’anni.

Vincenzo Amato, al telefono, sorride a questa breve sintesi della sua vita.

Amo la Sicilia, è vero, ma appartengo alla genia dei siciliani inquieti che sanno che lasceranno la loro terra per andare altrove. A 18 anni, sono andato a vivere a Roma e poi il caso mi ha portato sulle rive dell’Hudson.

Ma non avevi dei timori su come avresti vissuto così lontano da casa?

Se li ho avuti, sono durati un attimo perché ho conosciuto un artista, uno scultore, che mi ha chiesto di collaborare con lui e poi è arrivato Emanuele Crialese con cui ho girato il mio primo film.

Ma non avevi una formazione da attore.

Mia madre era una regista e un’attrice. Avevo avuto qualche esperienza rimasta lì, isolata. Ma Emanuele Crialese riesce, con il suo grande talento ed entusiasmo, a dirigere persone che non hanno mai recitato.

Ci sono, tuttavia, scene emotivamente intense, che impegnano un attore.

Ti rivelo un segreto: ho notato che quando giri un film, spesso, le scene intense, forti, come dici tu, le concludi subito. Sono, invece, quelle semplici a farti saltare i nervi. Puoi impiegare ore. La scena finale di Nuovomondo, ad esempio, quel monologo toccante, che è la chiave del film, è venuta bene al primo ciak. L’apertura di L’ora legale, in cui sono a letto e devo solo spegnere una sveglia, l’ho rifatta per ore. La luce non andava bene. La mano non era in primo piano. Abbiamo pure cambiato tre sveglie!

Hai ormai una carriera consolidata. Hai lavorato con grandi registi. Come scegli i film?

Vedo i film come un’avventura. Devo allontanarmi da casa, stare lontano dalla mia famiglia e dal mio lavoro di scultore. Quando leggo una sceneggiatura, è chiaro che, in primo luogo, deve piacermi, ma mi attira pensare che andrò a vivere in un luogo, in Argentina o a in Romania, che mi darà degli stimoli e che non mi farà rimpiangere troppo le mie abitudini.

Guardiamo ai personaggi che hai interpretato. Che sfida hanno rappresentato?

Fammi pensare: in Vinodentro, la novità era quella di interpretare un uomo del Nord Italia. Molti attori di diverse provenienze interpretano siciliani con accenti, a volte, inverosimili. Ho voluto dimostrare che era possibile il contrario. (Vincenzo Amato ride). In Più buio di mezzanotte, ero il padre, impreparato, di un ragazzo gay. Ecco, la prova era quella di non renderlo cattivo, ma confuso e sconvolto da una situazione imprevista. Sicilian Ghost Story è stato, invece, un film faticoso per le location in luoghi difficili e per le tante prove prima delle riprese. Interpretavo, inoltre, un personaggio mediocre, vile che non doveva, però, diventare una caricatura.

Ficarra e Picone sono una coppia di comici palermitani molto famosa ormai. Li conoscevi da prima?

Non ci crederai ma quando sono stato contattato per la parte nel film L’ora legale, ero in vacanza in Sicilia e avevo recuperato un vecchio cellulare Nokia per telefonare in Italia. Un giorno, squilla e da lì è cominciata la nostra collaborazione. Dicevano che ero perfetto per la parte del sindaco perché il mio volto era quello di un siciliano onesto.

Qual è , secondo te, il personaggio più negativo che hai interpretato?

Quello dell’ultimo film le cui riprese sono finite da poco. E’ l’ultima opera di Emanuele Crialese in cui recito, da protagonista, insieme a Penelope Cruz. Non è ancora uscito. Dovrai aspettare un po’.

Hai lavorato anche per la televisione. Difficile interpretare Albert Einstein, una icona del pensiero scientifico?

Einstein è – può sembrare strano – un uomo che ho sentito subito, mentre mi preparavo per interpretarlo, molto vicino. Gli piacevano la musica, l’arte, la natura e le donne. Non era uno scienziato chiuso in un laboratorio, ma aveva come delle visioni che erano poi le sue scoperte, un modo plastico di vedere la scienza e, quindi, a suo modo, un artista. Liliana Cavani, la regista, mi diceva che avevo un guizzo, una fiamma negli occhi che era perfetta per entrare nel ruolo. Lei teneva molto a questa fiction perché voleva far conoscere meglio, al grande pubblico, la complessità di questa figura.

Dopo tanti anni di recitazione, ti ha mai tentato l’idea di passare dall’altra parte, di diventare un regista?

(Vincenzo riflette un poco). No. E’ un mestiere affascinante, ma troppo complicato. Credo sia una vocazione e non penso di averla.

Una curiosità: visto che abiti a New York, città che ha una prestigiosa tradizione teatrale, ti hanno mai proposto un ruolo in una commedia?

Ho fatto teatro, per conto mio, mettendo in scena L’Iliade in 30 minuti con delle marionette costruite da me. Ho anche partecipato ad un provino per una parte in uno spettacolo con la regia di Mike Nichols, un genio. Ho avuto il ruolo, ma poi ho rifiutato. Per recitare in teatro, è necessario avere molto tempo. Devi firmare un contratto che ti impegna anche per un anno e rifiutare eventuali altre proposte. Non fa per me.

Domanda veramente stupida, mi vergogno quasi a fartela, ma rischio: ami abitare a New York?

Parto da una premessa: nonostante io viva qui da 30 anni, tutto per me è effimero. Ma è anche vero che devo tutto a New York che mi ha cambiato la vita. Ho vissuto per tanto tempo in centro, ma questa esperienza, dopo 20 anni, mi aveva prosciugato. Ho sentito l’esigenza di spostarmi in campagna, nel New Jersey, in una casa con un bosco vicino e dove allevo anche le galline.

Ogni tanto, dici a te stesso ma quasi, quasi torno in Italia?

Non è una frase fatta: penso sempre alla Sicilia. Ne sento la mancanza ma, per ora, va bene così. Vengo spesso lì in vacanza con le mie figlie che parlano italiano.

Alcuni tuoi film hanno una forte connotazione di impegno, penso a Nuovomondo e l’emigrazione, a Sicilian Ghost Story e la mafia, a L’ora legale e il tema della corruzione. E’ una scelta voluta?

Mi dispiace deluderti, ma io non credo al cosiddetto messaggio. Scelgo i film per la storia, per un personaggio non banale, per la sceneggiatura intelligente, per il regista capace. Per me il film può essere ambientato in Lituania o in Egitto. Non ha importanza.

Il film di Ficarra e Picone , ad esempio, parla di tutti noi che ci lamentiamo ma non vogliamo realmente assumerci la responsabilità di un cambiamento. E’ un film universale. L’ora legale, infatti, ha avuto successo in Russia, in Mongolia, in Cina perché affronta, in modo intelligente, un tema che è presente in ogni luogo.

In Sicilian Ghost Story, interpreto, invece, un padre che si arrabbia con la figlia che è l’unica a preoccuparsi quando il suo migliore amico, rapito da affiliati alla mafia, scompare. Giusto condannare la crudeltà di questi ultimi, ma mi sembra altrettanto importante sottolineare la gravissima responsabilità dei codardi che si girano dall’altro lato e demandano sempre agli eroi la lotta contro Cosa nostra. E’ molto comodo!

Quale film ti piacerebbe girare, tra sei mesi, quando ti sarai riposato dalle fatiche dell’ultimo set?

(Vincenzo Amato ride). Vorrei che mi chiamassero per girare un film sul modello di James Bond, però comico.

Augurando a Vincenzo Amato di pescare, tra le tante sceneggiature, proprio quella desiderata su un improbabile agente segreto, lo ringraziamo per la disponibilità con cui ha risposto alle domande e aspettiamo, con impazienza, il suo nuovo film la cui uscita è prevista per il 2022.

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