Mann a Siracusa

Thomas Mann pubblicò, nel 1912, La morte a Venezia, uno dei suoi capolavori. Narra di uno scrittore,  Gustav Von Aschenbach, che, ormai anziano, scopre l’amore omosessuale grazie alla bellezza angelica di Tadzio, un misterioso adolescente in vacanza a Venezia con la famiglia. Ma la vicenda da cui Mann trae ispirazione non si svolge tra le brume nordiche e trasparenti della Serenissima, ma nell’assolata e bianca Sicilia dell’Ottocento. August von Platen (1796-1835), un poeta tedesco, morì, a Siracusa, in circostanze mai chiarite. Anche i motivi del viaggio al Sud risultano torbidi e oscuri. Pare che Von Platen si fosse recato in Sicilia per poter vivere liberamente l’inclinazione verso gli uomini senza timore dello scandalo. La sua morte per Mann diventa in qualche modo emblematica e lo scrittore la lega alla sua stessa omosessualità sopita:  è una sorta di suicidio voluto. Una protesta contro una società bigotta che non accetta la diversità, lettura che poi ritroviamo nel finale del romanzo. Eppure in Sicilia Van Platen era stato accolto bene e, dopo aver visitato Palermo e Segesta, aveva trovato amicizia e comprensione presso il conte Landolina, figlio di quel Saverio che aveva avviato la prima seria campagna di scavi archeologici nella città aretusea. Dopo poco tempo, trovata dimora in una locanda, Von Platen si ammala per quella che sembra essere una febbre intestinale e muore il 5 dicembre 1835. Sarà sepolto proprio presso la Villa Landolina, dimora del suo ospite, tomba che oggi ricade all’interno cel Parco archeologico siracusano. Il suo sepolcro fu meta di pellegrinaggio da parte dell’élite di lingua tedesca: personaggi quali Massimiliano I del Messico, Massimiliano II di Baviera vollero onorare la memoria del poeta che fu definito «fresco scultore di immagini di marmo». Nel 1869, fu lanciata una raccolta di denaro per erigere un bel monumento funebre a Von Platen e Guglielmo II, il Kaiser, fece porre, nel 1896, una lapide sulla facciata della locanda in cui lo sventurato era morto.