Carlo Scarpa a Palazzo Abatellis

In Sicilia, a Palermo, si trova la Galleria della Regione siciliana, a Palazzo Abatellis, uno dei capolavori assoluti di Carlo Scarpa  (1906-1978), il mitico architetto veneziano. Prendete un palazzo del Trecento costruito da Matteo Carnalivari, valente artefice dell’epoca, adibitelo nei secoli seguenti a convento di clausura con cappelle, celle per le monache e superfetazioni varie ed eventuali. Condite il tutto con un bombardamento con i fiocchi, nel 1943, e scoprirete perché, per venire fuori da un simile guazzabuglio, non bastava il lavoro di ottimi progettisti e ingegneri, come ne aveva all’epoca la Sicilia, ma era necessario un genio visionario che andasse semplicemente oltre e rileggesse il capolavoro del Trecento facendolo diventare un palinsesto del Novecento. Nel 1953, Carlo Scarpa gioca con la luce e l’allestimento. Sa quali opere devono essere collocate in quello spazio e sa che si tratta di opere uniche. Se la Sicilia sprofondasse e non rimanesse che l’Annunziata di Antonello da Messina, da ogni luogo griderebbero ancora alla grande civiltà perduta. Di simili perfezioni il museo è pieno all’inverosimile, basti citare l’Eleonora d’Aragona di Francesco Laurana e  Il Trionfo della morte di un ignoto Maestro fiammingo, opere iconiche per eccellenza. Ecco, quindi, che il restauro è modellato sulle opere. Il muro della ex cappella diventa lo scenario assoluto per il tremendo affresco sulla peste. La morte a cavallo pare avanzare verso lo spettatore che, atterito, non riesce a muoversi, ipnotizzato da quelle orbite vuote, mentre essa scocca, con un orrendo ghigno, le sue mortifere frecce. La sala per l’Annuziata è un vuoto mistico e la Madonna è sistemata in modo tale da essere vista dopo, al momento giusto, per creare nel visitatore quello spazio mentale necessario per avvicinarsi all’Assoluto. Oggi, un progetto del genere, così ardito e personale, non si potrebbe neanche tentare. Le scale senza corrimano, che bucano lo spazio con una grazia inesprimibile, ma aperte sul vuoto, farebbero rabbrividire qualunque direttore e lo porterebbero sull’orlo di una crisi di nervi (oggi infatti sono inaccessibili al pubblico). Solo la grande energia creativa, tipica degli anni del dopoguerra, ha reso moleste punturine di spillo  le pastoie della burocrazia e ha fatto sì che questo straodinario progetto venisse alla luce come era stato pensato.

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