Cucire trame, intrecciare destini: intervista a Ileana Mendola

Ma è proprio vero che l’arte e la cultura mantegono acuti e spiritosi! – esclamo – pochi minuti dopo aver incontrato Ileana Mendola, classe 1926,  che  mi fa accomodare in un bel salone colmo delle opere di pittura alle quali ha dedicato la vita. Da lontano, si sente il suono di un apparecchio TV davanti al quale siede il marito e complice della nostra artista.  Ileana Mendola è una bella signora, con un casco di capelli candidi, e un sorriso dolce e luminoso. Gli occhi, azzurri, ti guardano  in attesa curiosa. Per divertirci, ma anche per scoprire gustosi particolari di una vita veramente eccezionale, propongo un gioco a Ileana Mendola: estrarre, a sorte, dei biglietttini su cui è scritta una parola.

Formazione. Durante la guerra, sono vissuta in Friuli, a Udine, con mia madre e mia sorella. Mio padre pensava che lì saremmo state al sicuro. Un clamoroso errore che avrebbe potuto costarci caro. Vivevo in una bella villa di famiglia. Un giorno, appena tornate dal rifugio antiaereo, sentimmo arrivare le fortezze volanti. Sentii quel fischio – non l’ho mai dimenticato – e un rumore violentissimo. Era esplosa una bomba. Mi ricordo che uscimmo fuori e potemmo vedere la casa dei vicini totalmente distrutta e loro morti. Li avevamo lasciati da poco….All’epoca, andavo al Liceo classico. Dopo il diploma, mia madre pensava all’Università. Ma io sapevo di  essere un’artista, come mio padre (lo scultore Carmelo Mendola ndr). Al ritorno a Catania, comincio a prendere lezioni dal prof. Milluzzo, poi continuo a perfezionarmi attraverso il confronto con altri artisti. In particolare, su di me ha avuto un impatto potente tutta l’opera di Alberto Burri. Il  “Sacco” ha lasciato in me un’eco profonda. Ha spalancato delle energie sopite. Il mio modo di dipingere era legato alla tradizione e mancavo ancora di senso del colore. Con Milluzzo ho capito i colori. Anche il nero è un colore!  Con Burri mi si è svelata la straordinaria plasticità della pittura. Il colore è vivo ed è, per me, tridimensionale. Nei miei quadri, la materia pittorica  esce dalla tela e comunica con lo spazio esterno, con chi la guarda.

Sicilia. Essere siciliana? Per me è stato complicato. Una madre friulana, un padre siciliano attaccato alle tradizioni. Una famiglia molto presente. Insomma, una giovinezza tortuosa  (Ileana Mendola sorride).

Amicizia. L’amicizia è stata importante, ma non fondamentale.  La pittura ha riempito ogni esigenza. Sono stata figlia, moglie, madre e pittrice, non necessariamente in quest’ordine. Forse non avevo tempo e voglia di approfondire le amicizie. L’unica che ricordo con grande affetto è Hilde Margani alla quale mi univa una stessa concezione dell’arte. Anche lei stava seguendo un percorso simile al mio: dalla tela era passata al sacco e alla stoffa.  Devo anche dire che fu un amico, Domenico Danzuso, che mi convinse, nel 1981, ad aprire CIAC, la mia associazione culturale. Anni di lavoro intenso. Abbiamo invitato tanti artisti a Catania. Ricordo una mostra su Le Corbusier, bellissima. Mi aiutarono Renata e Sabina, le mie figlie. Vennero Kriosky, Miozzi, Gregory Corso, Bufalino, Sciascia. Quest’ultimo mi era stato descritto come un musone. Un uomo poco simpatico. Invitai Giovanni Salvo,  animatore del Piccolo Teatro, a recitare una farsa tratta da una novella di Sciascia. Quest’ultimo rise moltissimo, devo dire. Gianni Salvo fu proprio bravo. Con gli artisti incontrati, è rimasto un rapporto affettuoso, come con Paolo Emilio Poesio.

Musica. Mio padre conosceva, è vero, Arturo Benedetti Michelangeli. All’epoca, il   maestro veniva spesso a Catania inviato dall’Associazione Lyceum. Parlano della sua misantropia. A me non risulta. Mio padre diceva che era simpatico. Fece anche una battuta su una sua opera: “Paolo e Francesca”. Mio padre li aveva scolpiti a testa in giù. Lui chiosò: «Posizione scomoda!»

Famiglia. Mia madre era friuliana. Una donna bellissima, alta, bionda, occhi azzurri. Un tipo esotico, per la Sicilia. Mio padre era geloso e possessivo. Lei non si ambientò facilmente. Era chiusa e riservata. L’opposto di mio padre, così estroverso e comunicativo. Aveva anche lei un senso estetico molto spiccato, devo dire. Penso si sentisse un po’ prigionera pur con tutto l’amore che aveva per noi.

Donna. Non credo che l’essere donna abbia  influito sulla mia arte. No, non mi pare. Ecco, più ci rifletto, più l’artista mi sembra privo di genere.

Arte. Per me l’arte è la manipolazione della materia. Non mi limito ad adoperare un sacco o un tessuto. Io cucio, rammendo. Unisco brani lacerati. Lacerazione, mi piace questa parola. Non so se sono lacerata. Magari cerco di unire parti di me, forse. Mi piace anche ciò che è sciupato, rovinato. Lo associo  all’essere carico di ricordi. Il tempo ha lasciato dei segni, ecco. L’artista annoda, come nel tappeto, la trama dei destini. Ho usato anche dei copertoni di gomma per una mia opera. Esiste, secondo me, il valore della materia che si consuma. Io agisco d’istinto. Ogni nuovo materiale mi affascina o, meglio, mi affascinava. Da anni, non lavoro più. Perché?  Ad un certo punto, ho sentito che era ora di smettere. Non sono più all’altezza dei miei tempi. Non li capisco? Forse. L’ultima opera è un cerchio di carbone (è in camera da letto). Rappresenta una combustione. Un falò delle vanità? Beh, ho deposto il pennello. Effettivamente lo è.

La nostra intervista si è conclusa. Saluto con grande calore Ileana Mendola e la sua famiglia e ricordo che i quadri dell’artista catanese si possono ammirare alla Corte dei Medici,  fino all’uno giugno, in via Umberto 105, a Catania.

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