Giancarlo De Carlo e il canto delle sirene

Giancarlo De Carlo, architetto, urbanista, uomo di cultura del XX secolo, novello Ulisse, rimase profondamente affascinato dalle sirene siciliane. Dalla loro bellezza unita al fascino traditore al quale si sarebbe potuto soccombere. Il recupero, durato venti anni, del Complesso monastico dei Benedettini, donato all’Università dal Comune di Catania per sistemarvi la Facoltà di Lettere e Filosofia, fu una vera e propria lotta contro le note stridule del gattopardismo che preferiva lo status quo al cambiamento.  Giancarlo De Carlo disarmò i mostri, non turandosi le orecchie, ma ascoltando e, alla fine, prese una decisione. La natura duale, bifronte, dell’isola doveva essere rispecchiata nel suo progetto: gli interventi interni avrebbero conferito nuova e moderna funzionalità al monastero e quelli esterni, invece, avrebbero ricucito l’enorme edificio conferendogli quell’unità estetica perduta nel corso dei secoli. Come egli scrisse «Tra le mie varie esperienze della Sicilia, l’ultima di Catania  è quella che mi ha più segnato. Perché dura da ventidue anni, una vita. Perché mi ha offerto la possibilità di confrontarmi con sottili e inconsuete questioni di architettura, concettuali, di metodo e strumentali. Perché, nel suo corso, ho avuto modo di progettare e costruire proprio come io penso si debba fare». La duale e sorprendente sicilianità è, quindi, quel fil rouge che lega un progetto, un pensiero, il volto di un amico, un dettaglio decorativo e, infine, conduce ad un’idea sui generis di architettura.

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