Emanuele Pecora

Emanuele Pecora e la scommessa su TEdx Catania 2019

Emanuele Pecora vive da anni negli Stati Uniti e lavora per il governo a stelle e strisce presso il Dipartimento dell’Energia. Si occupa di scegliere, supportare e finanziare nuove start up legate allo sviluppo di energia proveniente da fonti ecologiche (in particolare, quella solare). E’ anche l’artefice dell’organizzazione e del clamoroso successo di TEDxCatania 2019. Una scommessa che sembrava quasi folle: trasformare un evento per pochi intimi in una manifestazione che coinvolgesse centinaia di persone. A questo punto la nostra curiosità è veramente al massimo e abbiamo chiesto ad Emanuele di raccontarci la sua storia e le circostanze che lo hanno portato ad accettare questa sfida.

Emanuele, come è iniziato quel percorso che poi ti ha portato a vivere in USA?

Mi sono laureato in Fisica a Catania e ho continuato i miei studi con un dottorato di ricerca in Fisica dei materiali. Deve dire che questa è stata già una fortuna. Ho potuto fare ricerca in un contesto che è un’eccellenza in Italia .

Quando si conclude il dottorato di solito si guarda ad una carriera accademica. Ma non è andata così per te. Come mai?

Diciamo che con il post-dottorato ho, è vero, continuato la mia formazione. Ma ho deciso di fare un’esperienza all’estero e per l’esattezza alla Boston University. Scaduto il contratto, sarei dovuto rientrare e in quel momento ho capito che la carriera accademica non mi interessava.

Volevi continuare la tua esperienza all’estero?

Ero fortemente orientato a farlo ed ecco che compare un’opportunità importante: Enel Green Power in partnership con l’università di Stanford in California mi dava la possibilità di lavorare ad un progetto in linea con la mia formazione: sviluppare un materiale che minimizzasse la dispersione della luce solare dovuta al riflesso dei pannelli. Può sembrare un dato irrilevante ma, in realtà, questa dissipazione incide con una perdita del 3-4% sull’energia prodotta. Era necessario progettare dei film di silicio che rendessero minima questa inefficienza e che riuscissero a riassorbire questa energia.

Cosa ti ha insegnato questa esperienza americana?

Ti rispondo evidenziando i tre aspetti che ritengo fondamentali. Partiamo da una premessa: le Università americane hanno veramente tantissimi soldi. Stiamo parlando di cifre incredibili che non spendono ma utilizzano solo gli interessi cumulati negli anni. Credo che ciò renda l’idea. Sfatiamo un mito: nelle Università americane non ci sono solo geni, La qualità media dei ricercatori è in sostanza simile a quella italiana. Cosa le rende differenti allora? Rispetto alle Università italiane, qui il concetto di formazione è veramente ampio. Ho avuto tantissime opportunità. Cerco di spiegarmi meglio: reputo importantissima una formazione specialistica in un certo campo, ma trovo altrettanto fondamentali quelle che qui chiamano le soft skills. Ho potuto frequentare corsi di comunicazione, un corso di business commerciale per la creazione di un brevetto, un corso di improvvisazione teatrale, un corso di negoziazione. Può sembrare quasi incredibile ma tutto questo mi è servito ed ha ampliato molto le mie capacità.

Ma come arriva la decisione di rimanere negli Usa?

La svolta è arrivata nel momento in cui ho capito cosa desideravo fare: la mia passione era quella di ragionare su una visione globale, di coordinare scelte strategiche di ampio respiro. Approdo così all’Agenzia per il solare.

Diciamo che lavori per il governo americano presso il Ministero dell’energia. E’ corretto?

Sì, mi occupo della gestione del finanziamento, progetto e sviluppo di prodotti con le start up. Ho un portfolio di investimenti con molte aziende anche piccole.

Ma esattamente cosa fate?

Supportiamo economicamente le aziende e anche tecnicamente. Mi torna utile la comunicazione, la negoziazione, e la mia preparazione tecnica. Devo scegliere i progetti più meritevoli di un supporto.

Fra questi quale ti ha colpito di più?

Un’azienda che sta creando un film per pannelli solari che non solo è antiriflesso ma anche autopulente. Se funzionerà sarà un grande risultato. Migliorerà l’efficienza del solare e si abbatteranno ulteriormente i costi.

Altro progetto a cui stai lavorando?

Stiamo portando avanti la creazione di un fondo di investimento in sinergia con privati e fondazioni mirato allo sviluppo delle energie rinnovabili. Molte aziende in questo campo non trovano finanziamenti per decollare, ma potrebbero avere un grande impatto sull’ambiente.

Emanuele Pecora, catalizzatore di energie

Emanuele Pecora ride – Sì, mi piace questa definizione. Posso dirti che ho speso dieci anni in un laboratorio poi ho cambiato prospettiva. Gestisco trentacinque progetti per un valore di 50 milioni di dollari.

Com’è lavorare negli Stati Uniti e, in particolare, per il governo americano?

Voglio risponderti focalizzandomi su tre punti (lo scienziato fa sempre capolino). Non sono un cittadino americano. Può sembrare un fatto banale, ma, quando mi hanno assunto, ho visto che per loro questa circostanza non era essenziale. Non importava la mia nazionalità ma il focus era su cosa sapevo fare. A 36 anni ho avuto un lavoro di responsabilità che mi piace e alla fine sono arrivato qui solo 8 anni fa con due valigie senza conoscere nessuno. Negli USA c’è molta burocrazia come in Italia. Ma la differenza è che le procedure non sono fine a se stesse o confuse. C’è, invece, da parte di tutti la voglia di rischiare. C’è la consapevolezza che bisogna farlo. Le regole ci sono anche qui, quindi, e bisogna rispettarle ma per raggiungere un obiettivo: creare innovazione nel solare e in altri campi.

Riporti direttamente al ministro?

Non direttamente. Considera che ci sono tre livelli: Il ministro, il viceministro e poi l’assistente del ministro. Queste ultime sono nomine politiche poi c’è la struttura in cui lavoro io.

Hai notato differenze tra l’amministrazione di Obama e quella di Trump?

Obama aveva come priorità quella di abbassare il costo dell’energia solare. Trump, invece, vuole creare una stabilità all’interno della rete elettrica e sviluppare nuove tecnologie per integrare il solare con le altre fonti. L’amministrazione Trump, è ben noto del resto, non è a favore delle energie rinnovabili. Ogni anno al Congresso il Presidente chiede la riduzione del nostro budget. Ma il Congresso non solo boccia questa richiesta ma aumenta i fondi anche con i voti dei repubblicani. Il Congresso storicamente ha sempre considerato gli investimenti in ricerca e sviluppo come considerati un priorità strategica per la nazione e la sua leadership a livello globale.

Quali sono gli Stati federali all’avanguardia nella produzione di energia solare?

Molti, per esempio California, Arizona, o Massachussets. I governatori degli Stati in questione hanno messo obiettivi molto stringenti: per esempio. il 20 per cento dell’energia prodotta entro il 2030 deve provenire da fonti rinnovabili. Ma, in generale, posso dire che quello che accomuna tutti gli Stati è che il solare rappresenta oggi, grazie a decenni di ricerca, la migliore scelta economica. Dieci anni fa il solare costava molto. Ora è veramente un’opzione alla portata di tutti.

Per quanto riguarda la tua vita in USA cosa puoi dirci? Cosa hai imparato in questi anni?

Ho imparato che gli USA sono veramente diversi dall’Europa. Un italiano, un tedesco e un norvegese sono molto più simili tra loro rispetto a quanto lo siano con un americano. All’inizio ero sorpreso. E’ diverso il substrato culturale: per esempio, si descrivono gli USA come la nazione delle opportunità ma non c’è nessuna attenzione per chi per una crisi o per un incidente rimanga indietro o perda il lavoro. Anche le regole sociali sono diverse. Quando sono arrivato mi aspettavo inviti o qualche cenno di simpatia. Non ne ho ricevuto nessuno. Non pensavano di essere tenuti a farlo. La mia fortuna è stata che in tutte le università americane si trova sempre una folta colonia di italiani, circostanza che mi ha protetto dalla solitudine. Alla fine, piano piano, ho capito come interagire con i nativi. Ma sono sempre molto attento alla forma: per esempio, mai avvicinarsi troppo, evitare il contatto fisico, guai a salutare baciando qualcuno sulle guance. Vivono questi comportamenti quasi come aggressioni da malintenzionati. Non fatelo mai tranne che con qualche amico latino-americano (Emanuele Pecora ride).

Parliamo ora della grande avventura di TEDx Catania 2019, Come ti sei ritrovato a gestire questo evento?

Bisogna partire dalle origini. Sono stato io a portare TEDx a Catania. Ero stato ad un evento TEDx in USA ed ero rimasto molto colpito e poi mi piaceva l’idea di fare qualcosa per la Scuola Superiore di Catania, per l’Università. Volevo regalare alla Scuola un evento non organizzato dall’Università ma gestito dagli ex allievi che fosse anche un omaggio affettivo per la mia città. Dopo quattro edizioni, ci siamo accorti che negli anni avevamo dato vita ad un progetto veramente bello ma che, alla fine, era appannaggio di pochissime persone. Un lavoro pazzesco per una manifestazione che ci sembrava ormai troppo piccola. Siamo giunti, quindi, alla conclusione che l’edizione 2019 dovesse svolgersi fuori dalla Scuola Superiore, coinvolgendo anche persone esterne. Diciamo che abbiamo rilanciato in grande stile. Ora mi rendo conto che è stata una scommessa pazzesca.

Avevi dei dubbi?

Avevo molti dubbi. Per esempio, ero convinto che non sarei riuscito a vendere tutti i biglietti e c’era anche un altro ostacolo importante: TED chiede che l’organizzatore locale vada ad un loro evento ufficiale che costa parecchio, circa 6000 dollari. Da scettico pensavo ad una sorta di tassa obbligata. Ancora una volta mi sono dovuto ricredere. Ho seguito un workshop di 3 giorni come organizzatore durante i quali i responsabili mi hanno spiegato gli step corretti per organizzare un evento TEDx e mi hanno invitato a non sottovalutare gli aspetti critici dell’esperienza, Lo scopo di “costringerti” a seguire dal vivo la manifestazione – l’ho capito dopo – è quello di farti respirare l’energia e l’adrenalina dell’evento. Noi, aspiranti manager di un TEDx event, non seguivamo i talk da spettatori ma da dietro le quinte così da comprendere la complessità della macchina organizzativa.

Domanda da un milione di dollari: lavori, penso anche tanto, negli Stati Uniti in una posizione prestigiosa ma piena di responsabilità. Cosa ti ha spinto ad accettare a dicembre 2018 un incarico per organizzare, in pochissimo tempo, un evento, a Catania, molto complesso, faticoso e dall’esito incerto?

Ho accettato per vari motivi: Il primo è molto banale: era più economico per me andare ad un evento TED negli USA dato che mi trovavo già qui. Altra ragione più personale: avevo organizzato io la prima edizione di TEDxSSC Catania nel 2014 e mi si dava la possibilità di rilanciare. Potevo inoltre in questo modo restituire alla mia città quanto ne ho ricevuto. Se ho questo lavoro è perché sono nato e mi sono formato a Catania. Non l’ho dimenticato.

Come hai pensato di di organizzare l’evento? Quali linee guida ti sei dato?

Quando nel dicembre 2018 ho iniziato, ho detto a tutti i collaboratori che bisognava alzare l’asticella. Il mio motto è stato Excellence in Curation. Dimostrare che si può fare un evento di alto livello nei contenuti e nella forma.

Quando hai pensato, per la prima volta, Ce la farò!?

Non ci crederai ma è stato quando, a marzo, abbiamo messo in vendita i biglietti VIP a 70 euro a scatola chiusa e in pochi giorni li abbiamo venduti tutti. Mi sono sentito investito di una grande fiducia che doveva essere ripagata. Non potevo anzi non potevamo sbagliare. Un altro successo che mi ha dato forza è stato quello di chiudere a giugno gli accordi con tutti gli sponsor. Non solo le aziende ci hanno supportato ma lo hanno fatto con entusiasmo. Aver mobilitato questa energia mi ha reso felicissimo.

TEDX Catania 2020: ci sarai?

Emanuele ride – Fammi riposare un poco! Ne sto discutendo. La risposta della città ci ha dato una grande carica. Ho voluto un mix di speaker locali e non solo per valorizzare anche il territorio. Ci sono tantissime persone a Catania e in Sicilia che hanno belle idee. Bisogna dare loro voce. Molto spesso da noi si pensa che solo quello che viene da fuori sia meritevole di interesse.

Come sei riuscito a conciliare il tuo lavoro e l’organizzazione di TEDX?

E’ stato molto difficile! Da settembre fino al 19 dicembre non ho fatto altro! Dopo il lavoro, ero sempre su Skype fino a notte per organizzare l’evento. Per esempio, per ottenere la location, le Ciminiere, ho dovuto dialogare con la Città metropolitana, con il sindaco, con la SSC, con l’Università e discutere di mille aspetti, tra cui assicurazione e sicurezza. Mettere insieme tutti questi punti di vista non è stato semplice (eufemismo ndr).

Parliamo dei collaboratori

Lavorare con gli ex alunni di SSC è sempre meraviglioso ma quest’anno ho voluto anche esterni come Antonio Parlato per citarne uno, Ho conosciuto Antonio come traduttore ufficiale TED. Ne avevo cercato uno per pianificare la diffusione dei video dopo l’evento. Antonio è poi entrato nell’organizzazione. Si è occupato della direzione dei Salon all’interno di TEDxCatania, dei mini eventi con temi specifici in vari luoghi della città. Ne abbiamo organizzati tre ma vogliamo continuare.

Cosa hai imparato da questa edizione che puoi migliorare?

Credo che bisogna definire più strettamente le competenze. Dire con esattezza chi fa e cosa deve fare. Alle volte si crea confusione sui ruoli.

Ultima domanda, personale. Pensi di rimanere in USA?

Ti rispondo di sì senza esitare. Sto bene qui e ho un lavoro che mi piace molto. Ma, chissà, tra 10 anni magari cambierò idea.

Su queste parole si chiude la nostra intervista ad Emanuele che ringraziamo per la grande disponibilità e gentilezza. Non vediamo l’ora di assaporare l’energia e l’entusiasmo di TEDxCatania 2020!

www.cortemedici.com

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