David Coco a cena alla Corte dei medici

David Coco, attore notissimo al grande pubblico, è nato a Catania. Da anni si destreggia tra cinema, teatro e televisione. L’unica discriminante è la qualità del progetto che arriva in lettura. In una caldissima sera d’estate, mitigata dalla frescura del giardino della Corte dei medici, David Coco ci racconta, davanti ad una gustosa pizza Sorano, gli esordi, gli allori e le difficoltà di un lavoro difficile ma pieno di adrenalina.

Come nasce David Coco attore? Fin da bambino sognavi di dedicarti a questo mestiere?

La mia vocazione di attore nasce nel modo più semplice: avevo un amico che si dilettava con il teatro amatoriale e mi ha coinvolto; il cast era incompleto e mi chiese di recitare in uno spettacolo. Un esordio, come si vede, che non mostra alcun sacro fuoco. Le compagnie amatoriali in Sicilia sono diffuse e hanno una nobile tradizione, molto radicata.

Il passo successivo, ma fondamentale, è stato quello di frequentare la Scuola di teatro presso il Teatro stabile di Catania. Anni duri. Dico sempre, scherzando ma non troppo, che sono stati gli anni di militare che non ho fatto. La disciplina dell’attore è ferrea e ho avuto buoni maestri: Giuseppe Di Martino, Germana Asmundo, Giuliano Consoli, Guido Guidi. La recitazione è un lavoro artigianale, “a bottega”; si osservano i maestri e si ruba. Ho iniziato a lavorare da subito.

Come sei approdato al cinema? So che è stato un esordio prestigioso.

Ho avuto la fortuna di lavorare con Paolo Benvenuti. Per Segreti di Stato cercava un attore che potesse interpretare Gaspare Pisciotta, il luogotenente di Salvatore Giuliano. Avevo già affrontato questo personaggio in un musical e anche fisicamente lo ricordavo. Benvenuti non ebbe dubbi: Pisciotta ero io. Non ho fatto alcun provino. Mi ha visto e mi ha scelto.

Paolo Benvenuti è uno dei più importanti registi italiani, noto per l’assoluta padronanza del mezzo tecnico unita ad una acribia non comune. Cosa puoi dirci sul suo metodo di lavoro?

Paolo ha un rigore formale straordinario e una poetica dell’immagine chiara e definita. Cerca di raccontare in un modo che sia il più possibile vicino ai fatti storici da lui indagati. Per esempio, per spiegare la dinamica della strage di Portella della Ginestra pensò di utilizzare dei disegni e scelse un fumettista che era in grado di restituire il tratto grafico in voga negli anni Cinquanta. Ricordo che la troupe gli fece uno scherzo. Spostò la macchina da presa di pochi centimetri e lui se ne accorse subito perché, come gli aveva insegnato il suo maestro Roberto Rossellini, la macchina da presa deve essere collocata nel punto che permette allo spettatore di avere le informazioni più corrette. Non era, quindi, per lui un mero fatto tecnico (la bella inquadratura, la luce), ma entrava in gioco la responsabilità etica del cineasta.

Come ti prepari per interpretare i tuoi ruoli?

È un discorso complesso. Nel caso di personaggi realmente vissuti, il problema è avvicinarsi al ruolo senza pensare di imitare. Evito di parlare con la persona in questione, se vivente, o con chi l’ha conosciuta. Per preparami al ruolo di Leonardo Vitale, il primo pentito di mafia, sono partito dalle perizie psichiatriche che gli furono fatte. Ne ho tratto una serie di considerazioni: la prima, il terrorismo psicologico. La mafia, per sottomettere, utilizza questo meccanismo di cui i suoi stessi adepti sono le prime vittime. Per creare terrore, devi anche uccidere. Qui scatta l’altra considerazione: Vitale, nato e cresciuto in una famiglia di mafiosi, crede che il suo futuro di uomo e quello di mafioso coincidano. Ma, dopo i primi delitti, scopre che quella vita non gli appartiene e così entra in crisi la sua identità. Se uomo e mafioso sono, nel suo mondo, sinonimi, è possibile essere uomini senza essere mafiosi? La risposta è negativa. Questo ragionamento lo porta a mettere in dubbio la sua stessa virilità. E qui arriviamo al terzo punto: -David Coco sorride, ma si vede dalla serietà espressa da suoi occhi che è un argomento che lo appassiona – un uomo, arrivato a mettere in dubbio la sua stessa essenza, vive in apnea. Senza poter respirare o poter scegliere un’appartenenza. Ma deve anche prendere aria, in caso contrario soffocherebbe. In Vitale questa necessità lo conduce alla pazzia.

So che, dopo ruoli così impegnativi, sei passato a commedie, a ruoli più leggeri.

E non mi dispiace affatto, devo dire. Il registro dell’attore deve essere ampio. Su uno di questi set ho anche stretto amicizia con Daniele Pecci, mio antagonista, tra virgolette, perché marito della donna da me amata in Sposami.

Come scegli un copione?

Fondamentalmente guardo alla scrittura. Leggo il copione e penso già a come potrei interpretare il personaggio.

Hai lavorato molto anche in teatro. Qual è la produzione teatrale di cui vai più fiero?

Ti rispondo con l’ultimo lavoro da me portato in scena. Si intitola Il giuramento, un testo di Claudio Fava, con la regia di Ninni Bruschetta. Il protagonista è Mario Carrara, uno dei dodici professori universitari che rifiutarono di giurare fedeltà al Fascismo.

Raccontando questa vicenda, in realtà parlo a molti livelli. Sembra che narri la parabola di Carrara, ma il fulcro è, in realtà, un altro: si potrebbe pensare che sia, banalmente, quello per cui i docenti che giurarono dovrebbero essere visti come dei mediocri e gli altri, che non lo fecero, come degli eroi. Ma è un ragionamento troppo semplicistico. Per me questi ultimi incarnarono, nella forma più pura e ideale, il concetto di libertà che non viene dopo, ma sorge prima. Se esercito la professione di insegnante devo poterlo fare nel miglior modo possibile, senza considerazione altra che possa impedirmelo o che possa limitarmi. Ernst Jünger lo dice benissimo: il ribelle è colui che sceglie il bosco, che si sottrae a qualunque obbligo possa ledere la sua autonomia.

Veniamo ad un altro grande successo, Il Cacciatore, una serie televisiva definita eccellente, premiata a Cannes, che ha attirato l’attenzione di quella critica che snobba le fiction.

È stata definita in questo modo per vari motivi: l’ottimo copione, in primo luogo. Poi le tecniche di ripresa che mescolano tanti registri: l’alto, il basso, il pop, la citazione cinefila.

Leoluca Bagarella è il tuo personaggio: un ruolo senza dubbio difficile, un boss crudele e sanguinario, ma anche un uomo innamorato. C’era il rischio di esagerare e di cadere nel macchiettismo?

David Coco sorride, sornione, con un’espressione paziente, della serie, ma ti devo spiegare tutto?

Leoluca Bagarella è per me un carattere il cui focus – tornando a quanto detto prima – è la leadership. È un capo. Ha questa capacità. È un uomo sospettoso e con ragione – potrei dire -. Non si fida di nessuno. Ed è un uomo innamorato della moglie. Se me lo concedi, io non posso recitare Bagarella. Sarei falso. Ma devo attingere ad un quid in me per cui io, mutate famiglia, educazione, circostanze, sarei potuto divenire come lui. Posso anche dire che ogni uomo, in fieri, è tutto. Poi scegliamo tra le tante possibilità che ci sono date. Per me è stato molto difficile avere a che fare con quella parte di me, feroce e crudele, per sei mesi. Anche in questo caso ho rifiutato di incontrare persone che avessero conosciuto Bagarella. Mi avrebbero fatto rispecchiare nella mia finzione e io voglio essere vero. Anzi devo esserlo.

Qui entra in gioco un eccezionale lavoro di squadra. Il cacciatore funziona anche perché coloro che recitano con me la leadership, la rispecchiano e si comportano di conseguenza. L’autoreferenzialità non funziona. Io dimentico di essere il protagonista. Lo devo dimenticare. Io sono il personaggio. E quelli intorno a me devono fare altrettanto.

Ti vedremo presto al cinema, in teatro o in TV?

Iniziamo dai primi due: al cinema, a breve, uscirà La fuitina sbagliata con la regia di Mimmo Esposito, una commedia che ha come protagonisti il duo dei Soldi spicci, comici promossi dal web, e io sono il padre della protagonista. Ho partecipato anche a Primula rossa, un docufilm di Franco Jannuzzi sugli OPG. Siamo di fronte a impegni diversi: una commedia leggera, da un lato, destinata al grande pubblico, e un prodotto d’essai, dall’altro.

A teatro, oltre a riprendere Il giuramento, porterò in scena La creatura del desiderio, tratto da un testo di Andrea Camilleri con la regia di Giuseppe Di Pasquale: narra la vicenda di Oskar Kokoschka che, abbandonato da Alma Mahler, si fece costruire un fantoccio con le sembianze della donna con cui andava in giro. È un lavoro che consente di misurarsi con il tema dell’alterità. Vorremmo che l’altro fosse un pupazzo da manovrare secondo i nostri desideri e che dicesse quanto vorremmo sentirci dire. Ma, ahimè, i nostri amori non corrispondono per nulla al personaggio da noi creato e sono sempre, quasi malignamente, fuori parte. Una riflessione che spalanca vertiginosi abissi! – Arrivati a questo punto, ci concediamo un amaro e una grappa e brindiamo a David, ad altri successi e a eventuali nuovi fantocci -. Reciterò anche in una produzione del Teatro Biondo di Palermo con Chi vive giace, un lavoro di Roberto Alaymo caratterizzato da una scrittura non tradizionale. Narra di due famiglie a confronto con se stesse e con la morte. La regia è di Armando Pugliese.

In questo mese, agosto, si è presi dall’ossessione da vacanza. Cosa significa per David Coco questa parola?

La interpreto letteralmente: sono vacante. Non faccio nulla. Sto a casa, mi riposo, vado al mare con moderazione. Sostanzialmente ozio. Se dovessi viaggiare, sceglierei una città, anche europea, ma non solo. La meta esotica mi dice poco: stare sdraiato al sole sotto una palma non è il mio ideale di divertimento, ecco.

All’attore si attribuisce, spesso, la nevrosi del telefono che non squilla, la frustrazione del non essere chiamato.

Credo sia normale avere questa nevrosi, dato che, se il telefono non squilla, non lavori e, quindi, non mangi. Ma quest’ultimo, come sempre, è un aspetto del problema. Vorrei aggiungere un’altra considerazione che non deve essere trascurata. Da un lato, è vero, c’è la paura di non lavorare (chi non ce l’ha?), ma, dall’altro, ci può essere anche la frustrazione di dover accettare ruoli che non piacciono. Abbiamo detto che quello dell’attore è un lavoro di squadra. È un artista che agisce all’interno di un contesto molto più ampio. Se quest’ultimo manca, non puoi esprimerti. Devi poter recitare, ma, spesso, non lo puoi fare al meglio.

Un attore deve avere inoltre una lucida consapevolezza di sé per potersi amministrare bene: capire le sue possibilità, il suo registro, tenendo conto di molteplici fattori. Se a cinquant’anni ti chiedi ancora perché non ti hanno mai chiamato per recitare Romeo in Romeo e Giulietta, ecco forse hai sbagliato mestiere – David Coco scoppia in una bella risata –

Ultima domanda a bruciapelo: quali sono tre registi che hai apprezzato in questi ultimi anni e perché?

Se devo menzionare solo tre nomi, inizio con Matteo Garrone di cui mi piace il grande rigore formale e la cifra stilistica che sa adattarsi, tuttavia, alla storia prescelta. Aggiungo Paolo Virzì, di cui ho apprezzato la rara sensibilità nella direzione degli attori e, per ultimo, vorrei citare Sydney Sibilia, un regista dalle ottime capacità stilistiche ma anche produttive. Finiamo con una commedia!

Su queste parole, si chiude la nostra intervista a David Coco che ringraziamo per la gentilezza e disponibilità e vi invitiamo a non mancare ai suoi prossimi spettacoli teatrali che si presentano molto accattivanti.

 

 

 

 

 

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