A cena con Ottavio Cappellani

Ottavio Cappellani è uno scrittore catanese che ha pubblicato di recente Sicilian comedi, l’irresistibile sequel di Sicilian tragedi, il romanzo che lo ha consacrato in Italia e all’estero come uno dei talenti già originali della sua generazione. Venuto a gustare una pizza alla Corte dei medici, si è ritrovato al centro di una conversazione condita da battute, risate, provocazioni da lui gestite con maestria.

Partendo dal tuo romanzo di esordio chi è Ottavio Cappellani?

La chioma leonina di Ottavio Cappellani ondeggia, mentre tergiversa sulla risposta  È una domanda a cui mi ripromettevo di rispondere entro i 50 anni. Ma, per non sottrarmi, vorrei partire dal mio debutto che è avvenuto nel 1998 grazie alla Morale del cavallo, un saggio filosofico, un dialogo, per l’esattezza, una tra le forme narrative più frequentate in età classica. Un esordio canonico!

Quest’opera la considero la pars teorica del mio successivo percorso. Il cavallo come metafora perché è un animale che ha a che fare con un cervello, con un’intelligenza.

L’educazione del cavallo non è bieco dominio ma equilibrio, regola. Equilibrio non vuol dire qualcosa di dato per sempre, ma rimanda alla lotta che serve per raggiungerlo o, se vuoi, lo sforzo per non perderlo dopo averlo raggiunto. Mio nonno morì per una caduta da cavallo. Era il 1924. C’erano le macchine, ma lui si rifiutava di salire su uno di quei mezzi. Il cavallo rappresenta anche il pericolo, la battaglia e la morte che ci sono dietro ogni conquista.

Il diritto – strutturalismo e formalismo –  è stato anch’esso al centro della mia educazione. Detesto l’odierno e mediocre concetto di legalità, ma venero la certezza del diritto, superbo principio del diritto romano.

Un altro polo della mia formazione è stata la musica – mia madre è una musicista – disciplina che rimanda all’armonia e alla grazia. Una parola, quest’ultima, che esprime un concetto per me molto importante.

Il diritto e la musica ci portano a riflettere sulle regole. Ma cosa sono le regole? Si possono intendere come la norma del vivere all’interno di un ordine monastico; oppure quell’insieme di precetti al quale tutti noi dobbiamo conformarci per vivere in una società e, ancora, si possono pensare come un sistema, un codice. Avendo appreso le norme, infine, le puoi, o meglio, le devi infrangere. Ottavio Cappellani sorride mentre assaggia un morso di gustoso piacentino ennese dall’invitante tagliere appena arrivato.

Un momento di impasse è arrivato con lo studio del diritto costituzionale; sono entrato in crisi. La costituzione è opera degli uomini, ma questi ultimi sono imperfetti. Si è presentato per me, quindi, il problema del fondamento. Come venirne fuori? Manlio Sgalambro mi ha consigliato quelle letture che mi hanno dato, da un lato, un filo per uscire dal labirinto, ma, dall’altro, la stessa persona mi ha posto di fronte al grande tema della teologia, il problema del Bene.

È maturata in questo modo la mia svolta pop: trattare i temi filosofici del mio esordio, ma in una forma diversa. Chi è Lou Sciortino? È un uomo che è contro il sistema ma deve, nello stesso tempo, sottostare alle regole di una certa società. Lou è un mafioso che deve diventare una persona perbene. Ecco, per me la mia vocazione di scrittore nasce da questo assunto.

A questo punto era indispensabile per me trovare un modello ove fosse presente il problema del fondamento, che è teologico, risolto in una forma narrativa. La risposta è stata William Shakespeare: il teatro, il barocco, l’alto e il basso, il sublime e il comico. La tragedia e la commedia sono governate da un intreccio necessario e sapiente – le regole appunto – che solo ad uno sguardo superficiale può sembrare caotico.

Ho prestato in particolare attenzione agli spunti comici che ci sono anche nelle opere più tragiche del poeta inglese. Tom Stoppard, il grande commediografo, ha saputo ben mostrare l’assurdo che si cela in certi personaggi, anche minimi, evocati dal Bardo. Nella tragedia e nella commedia c’è la grazia di poter parlare della cosa al di fuori della cosa.

Come descriveresti la tua forma di narrazione?

Molti parlano di esagerazione. A me sembra di raccontare le cose come sono. Guardo anzi in modo maniacale ai particolari: una vestaglia con un buco, dei sandaletti rosa, un coltello al posto di una pistola. E non invento nulla. È tutto vero! Dalle betoniere, nido d’amore, a stropicciati registi gay, per nulla fighetti.

American tragedi è stato un grandissimo successo. È stato tradotto e pubblicato in USA. David Leavitt ha dedicato all’opera un articolo molto lusinghiero.

Sì. È avvenuto tutto in modo improvviso. Ho avuto questo riconoscimento che, devo dire, mi ha fatto piacere perché veniva da uno scrittore che ho sempre apprezzato. Leavitt mi ha anche paragonato a Pietro Germi e alla sua visione da commedia “nera” che, dietro il riso deforme da Joker, nasconde un pessimismo senza scampo.

Una domanda a cui uno scrittore nato in Sicilia non può sfuggire e, cioè, il rapporto con la tradizione letteraria isolana.

Nino Martoglio mi ha fatto capire che ogni carattere ha una sua voce, un linguaggio, delle parole che sono l’universo in cui si muove. Considero Martoglio l’ultimo grande interprete della commedia plautina, un modello classico veicolato da una lingua, il siciliano, altrettanto letteraria.

Trovo importante anche Vitaliano Brancati che ci guida alla conclusione, paradossale ma non troppo, che Catania, regno in apparenza di machi e di erotomani, è invece una città popolata da puppi. Se in una dittatura si deve amare un capo che è un uomo, quest’ultimo viene investito da una tensione emotiva di massa dalla forte connotazione omosessuale.

Qual è il tuo rapporto con Catania e la Sicilia in generale?

Anche questa risposta la vorrei dare tra qualche anno ancora. Ma se insisti posso dire che per me Catania è il futuro, è 200 anni avanti agli altri luoghi. Abbiamo fatto parte di un impero e la nostra decadenza ci ha impegnato duramente per tanto tempo. Una putrefazione, per dirla alla Sgalambro. Abbiamo una grande esperienza! Chi racconta la Sicilia ha un punto di osservazione privilegiato. Aggiungo anzi che spesso mi devo allontanare dall’isola. Ricevo troppi input e non va bene! Ottavio Cappellani scoppia in una fragorosa risata mentre osserva le reazioni del suo interlocutore.

Parliamo di SEM, la tua nuova casa editrice

I soci provengono quasi tutti da Mondadori. Il grande trust avvenuto nell’editoria italiana, che secondo molti avrebbe distrutto ogni creatività e omologato tutta l’offerta, ha invece ridato forza ai veri editori che sono quelli a cui non interessa pubblicare 40 libri a settimana ma, magari, vogliono offrire al pubblico solo 25 volumi l’anno ben meditati. Penso alla Nave di Teseo, a Adelphi e a molti altri che desiderano investire sugli autori in cui credono e seguirli in modo attento.

 

La tua scrittura è stata definita cinematografica. Qual è il film che ti ha ispirato di più in questi ultimi anni?

Non è un regista ma sono le serie televisive. Le trovo ben scritte e saluto un ritorno alla narrazione lunga che la mia generazione ha abbandonato irretita da smartphone e dai social media. Sono i ragazzi tra i 15 e i 20 anni che hanno riscoperto il piacere di una storia ben congegnata che aderisce ad una forma. In questo momento non seguo una serie particolarmente innovativa dal punto di vista filmico, ma ne seguo una caratterizzata da un bel racconto. Si tratta di Teen Wolf, un piccolo gioiello.

Su queste parole si chiude l’intervista a Ottavio Cappellani non senza aggiungere che Sicilian comedi, il nuovo romanzo, è non solo disponibile in libreria, ma presto sarà una commedia teatrale che debutterà al Teatro ABC di Catania per la regia di Guglielmo Ferro.

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