A cena con Ferdinando Scianna

Grazie all’inaugurazione del Med Photo Fest 2017 (IX Edizione) abbiamo avuto l’immenso piacere di accogliere alla Corte dei medici il decano dei fotografi siciliani, un mito vivente. Stiamo parlando di Ferdinando Scianna che ha immortalato, con il suo obiettivo, storie struggenti, luoghi straordinari e donne misteriose costruendo, con la sua poetica, un’immagine indimenticabile dell’isola a tre punte. Potevamo lasciarci sfuggire l’occasione di far estrarre a sorte, dal nostro sacchetto, qualche suggestione all’illustre ospite? Assolutamente no. Lui, con la grazia severa dei grandi, si è prestato al nostro gioco.

Formazione. Credo poco nella formazione, ma credo, invece, nella forma. Nulla si può fare senza di essa. Emozione, struttura, arte, etica, intelligenza. Quando abbiamo capito qualcosa, è necessaria una forma. Henri Cartier Bresson diceva «la fotografia è la simultanea ricognizione di un fatto e delle forme che pongono in atto quel fatto». Quello che ti resta della frequentazione di una scuola è l’incontro con una persona che è un maestro. Io sono un allievo professionista – Ferdinando Scianna sorride – e continuo ad essere un allievo perché questa è la formazione. I maestri non sono necessariamente persone in carne e ossa, ma anche libri o musei. Ho incontrato persone infinitamente migliori di me che, misteriosamente, mi hanno dato amicizia.

Amicizia. Si innesta immediatamente con le ultime cose dette in precedenza sui maestri. Uomini che poi diventano anche amici. Sono veri e propri colpi di fulmine. E’ un termine che si utilizza più per l’amore, ma avviene pure in altri campi. «Il destino di ogni uomo è nelle mani di un altro uomo» ebbe a dire il padre di Angelo Scandurra, un amico poeta -Ferdinando Scianna tace mentre la luce della lampade in giardino investe il suo volto severo e ironico -.

Ricordo l’incontro con Cesare Brandi, il grande storico dell’arte, ad una lezione sulla Cappella Brancacci -. Passata l’ora, la sala era ormai vuota. Ero rimasto solo io che, sconvolto, mi avvicinai a lui e gli dissi che, dopo quello che avevo sentito, non potevo andarmene. Lui sorrise e da lì cominciò un rapporto di stima e rispetto. Sono capace di ammirazione, è vero! – Ferdinando Scianna scoppia a ridere e racconta un aneddoto – . Una volta mi chiesero di scegliere le cinque foto più belle per una mostra. Non avevo capito che avrei dovuto scegliere tra quelle mie. Scelsi, ovviamente, quelle di altri fotografi che erano il metro con cui misuravo la riuscita delle mie opere.

Famiglia. E’ uscito in Italia un libro di un giornalista inglese sulla storia della Magnum. Racconta che questo gruppo di fotografi della Magnum era come una famiglia. Ecco, io odio le famiglie – Scianna sottolinea la sua affermazione con gesti perentori -. La odio perché sono siciliano e la famiglia (a torto o a ragione) vuole vincere sempre. La famiglia è anche una forma di corruzione, ma, purtroppo, non c’è un’alternativa. Ma il problema resta. I miei genitori non avevano fatto il viaggio di nozze. Lo fecero dopo anni e andai, con uno zio, a prenderli al porto di Palermo. Quel giorno fu memorabile per due motivi: 1) ho ricevuto in dono la mia prima macchina fotografica. 2) mio padre mi ha abbracciato e baciato. Non l’aveva mai fatto. A quell’epoca i padri non baciavano i figli. Io stesso penso di essere stato un padre pessimo – i commensali ridono manifestando un certo dissenso -, ma ho anche accompagnato mia figlia ad un concerto di Vasco Rossi e, quindi, mi assolvo – (risate generali).

Canta una canzone. Non esiste una sola canzone. Nessuno di noi ha una canzone che si identifica con tutta la sua vita. Ce ne sono diverse: canzoni dell’infanzia, quelle dell’adolescenza, altre della maturità e, tutte, sono la colonna sonora della vita. Una volta mia figlia mi disse «A te piace Paolo Conte perché è un cinquantenne sfatto». Penso, in particolare, alla canzone Sandwich e, in effetti, ammetto che aveva ragione. Ricordo che la mia bambina più piccola mi chiese un consiglio circa una canzone da presentare ad un saggio presso una scuola musicale. Le ho suggerito di cantare U’ cappidduzzu, una canzoncina della mia infanzia: Attruvai nu cappidduzzu, era duci e sapuritu, quannu mi l’aju a mettiri, quannu mi fazzu zitu. Iu nun travagghiu mai, che nobili misteri, ma tutti mi salutano “Bongionnu cavalleri” -Scianna canticchia il motivetto Ebbe un notevole successo.

Vorrei fare. Vorrei fare, ma non posso. Tutto quello che sto facendo e farò è una riflessione su ciò che ho fatto. Posso sperimentare, ma non cerco più l’avventura. «Il futuro è passato e non ce ne siamo accorti» – diceva Vittorio Gassmann in C’eravamo tanto amati -. Ancora lui «abbiamo un grande avvenire dietro le spalle». Si vive all’interno di una quantità di scenari possibili. Ma solo alcuni riusciamo a realizzare. Ad un certo punto, quasi di colpo, ci si accorge che tutte le possibilità si infrangono contro l’impotenza del corpo. – Scianna sorride dolcemente – Non sono ottimista. Sono siciliano. Dico sempre che siamo degli illusi nonostante la consapevolezza dell’illusione. Un adolescente dice “Vorrei fare”. Poi la vita ti insegna che fai soltanto quello che puoi. E’ un limite, ma – forse – è quello che ci dà il senso. La vita eterna mi terrorizza. Io vivo perché la vita finisce. L’esperienza umana non implica la metacoscienza del suo esistere. La tentazione, tuttavia, rimane.

Su questa frase enigmatica (e ci guardiamo bene dal chiedere spiegazioni) si chiude la nostra intervista a Ferdinando Scianna che ringraziamo per la gentilezza e la disponibilità. Vi ricordiamo che è possibile visitare, fino al 21 maggio 2017, il Med Photo Fest presso il Complesso fieristico Le Ciminiere a Catania dove potrete ammirare alcune bellissime foto del grande artista siciliano.

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