Carlo Guarrera alla Corte dei medici

Carlo Guarrera è uno scrittore, un musicista e un performer che, da anni, esplora un’intersezione di arti in cui parola e musica sfumano l’una nell’altra, aggiungendo alla precisione definitiva della prima un’infinita gamma di tonalità e piegando la mutevolezza della seconda a leggi guidate da caso e necessità. Un percorso ricchissimo ma guidato da una lucidità inflessibile. Abbiamo, finalmente, avuto il piacere di poterlo intervistare alla Corte dei medici per farci raccontare le molte strade che ha seguito senza mai perdere la direzione.

Al centro del tuo progetto artistico, come ho avuto modo di scoprire, vi è l’oralità. Come nasce questa tua ossessione, se così la possiamo chiamare?

Carlo sorride – Senza dubbio, è il tema che più mi affascina e lo si trova già all’inizio della mia formazione. Dalla tesi di laurea in cui mi occupavo di questo tema in Lucio Piccolo ho allargato l’analisi, nella mia tesi di Dottorato, attraverso l’opera di scrittori che vanno da Verga a Consolo. Per Verga, l’approccio all’oralità era conseguenza dell’adesione al Verismo che comportava il rifiuto di una prosa classica e mirava a forgiare una lingua nuova capace di dare voce ai suoi vinti senza sopraffarli. Per Consolo, invece, l’oralità diventava cifra espressiva, aggiungeva sfumature nuove ad una parola. All’epoca mi ero avvicinato anche al mondo dei pupari siciliani, dei cantastorie, ambiente in cui il testo è solo un canovaccio e sono il modo e il tono di recitazione a fare la differenza.

Dopo aver pubblicato questi saggi, tuttavia, vi è un cambiamento di rotta. Perché?

Trovavo la forma saggistica limitata, insufficiente ad esprimere quanto avrei voluto. Alla fine, sono tornato alla lettura dei testi. Leggere una poesia, l’atto in se stesso, è anche un commento mai uguale. Questa convinzione era nata a causa del mio lavoro. Nel 1995, mi ero trasferito in Turchia per insegnare italiano all’Università e ho anche tenuto un corso monografico per i miei assistenti. Come tema scelsi la raccolta Satura di Eugenio Montale che conteneva un’oralità che potrei definire prepotente.

Ma, aspetta, come sei arrivato in Turchia?

Carlo ride – Ora te lo spiego. Si era rivolto a me Vittorio Graziano (ingegnere e fotografo ndr) per scrivere un’introduzione ad un libro fotografico. Nello stesso tempo, la stessa persona mi ha chiesto di collaborare ad un libro fotografico sulle sedi delle ambasciate italiane presenti in Turchia (Istanbul e Ankara) e ad un altro sul sito archeologico di Iasos di Caria. I libri furono pubblicati e ci invitarono a presentarli all’università di Ankara. La Direttrice mi chiese di tenere tre lezioni di italiano per il Dipartimento di italianistica e, vista l’ottima accoglienza, quando mi chiese di restare come Visiting professor per un anno poi prorogato ancora, stabilii di rimanere. Nel 1999, decisi di tornare a Catania anche se non ero contento della mia decisione che avevo preso solo per motivi famigliari.

Come mai eri così dispiaciuto di aver lasciato la Turchia?

Mi sentivo come tornato in provincia dopo aver assaporato il gusto di una vita brillante e intellettualmente viva e piena di sorprese. Avevo conosciuto, per esempio, Claudio Abbado con cui ricordo una conversazione, inestimabile, sulla musica o Tullio De Mauro che tenne un corso di Linguistica all’Istituto italiano. Avevo stretto amicizia con Fiorella Piras, direttrice dell’Istituto italiano di Cultura, con cui organizzavamo eventi. Al ritorno, ero in una fase non positiva e meno male che ho iniziato il progetto di Mesogea, la casa editrice che mi ha salvato dall’abulia di quel periodo.

Nei ritagli di tempo, non solo fondi case editrici, ma ho saputo anche che ti occupi di e-learning

Ridiamo tutti e due – No, attenzione, quella dell’e-learnig è un’altra storia. Un amico mi propose di lavorare a Milano nel campo della formazione a distanza. Il progetto ebbe subito successo. In tre mesi eravamo già in trenta persone. Io mi occupavo del marketing. Sono stati, devo dire, anni interessanti. Viaggiavo moltissimo per tutta l’Europa.

Poi cosa è cambiato?

La nostra società è stata comprata da un colosso tedesco e avrei dovuto trasferirmi in Germania in un contesto che non mi piaceva.

Sei quindi tornato a Catania?

Sì, ma in un modo diverso rispetto alla volta precedente. Non avevo alcun rimpianto e ho scelto di vivere a Catania che considero una città, nonostante tutto, singolare.

Della scena culturale catanese cosa pensi in positivo e in negativo

Penso che ha attraversato diversi periodi più o meno interessanti. In generale, le iniziative ci sono, ma sono slegate l’una dall’altra, quasi episodiche, direi. Ci vorrebbero degli spazi dove artisti di provenienza e campi diversi possano lavorare insieme.

Dopo il tuo ritorno definitivo a Catania, hai lavorato tantissimo riscoprendo anche la musica, una tua vecchia passione, e dedicando molte opere a Edgar Allan Poe. E’ una nuova ricerca?

Non proprio. Avevo avviato in parallelo alle altre tematiche uno studio sulle opere di Poe allo scopo di scrivere un saggio e, nello stesso tempo, ho curato una rassegna cinematografica dei film tratti dall’opera dello scrittore americano per esplorare un altro approccio che aveva riguardato questi testi.

Quali sono i temi che ti hanno attratto nelle opere di Poe?

Il tema del doppio, senza dubbio, che è una ossessione, il sogno-sonno e la morte, in particolare di giovani donne.

Ma poi questo saggio lo hai pubblicato?

No, non l’ho mai scritto perché alla scrittura saggistica ho preferito una lettura pubblica e ho iniziato a scrivere testi di mia produzione.

Hai cominciato a proporre questi testi in veri e propri spettacoli inaugurando una nuova fase artistica in sinergia con la musica e le immagini

Sì, ho scritto Io sono il tuo signore, ispirato a Dante e ho lavorato su Poe con due spettacoli Persistent Shadow, con testi miei recitati in lingua inglese e Il diario di Virginia Poe, che è una scrittura-invenzione del diario della giovanissima moglie dello scrittore con la collaborazione di Chiara Bentivegna. Ho proposto poi Invasione, una produzione realizzata con Melita Poma, Rosalba Bentivoglio, Giuseppe Paternò di Raddusa e Jean-Paul Denizon.

Quest’ultimo spettacolo è ambientato in una casa e succedono eventi strani.

La casa si trova a Key West e c’è un attacco esterno condotto da animali, Ci sono atmosfere alla Beckett ma, ad un certo punto, il dialogo tra i protagonisti comincia ad essere sfalsato: ad una domanda non segue una risposta ma è tutto confuso. Come se l’invasione, come malattia, alterasse anche la comprensione e il linguaggio. Infatti il sottotitolo di questo lavoro è La notte della parola.

Questa contaminazione tra musica e parole è diventata centrale nelle tue opere. E’ frutto di una riflessione complessiva sul tuo lavoro artistico?

Nel mondo post-moderno il gesto artistico, quale esso sia, è preceduto da una riflessione concettuale che è molto più importante. Lo spettacolo non è, tout court, da guardare o da ascoltare ma da comprendere dal di fuori per poter essere apprezzato nella sua molteplice valenza. Credo, comunque, che il tema dell’oralità di cui abbiamo parlato all’inizio emerga in modo sempre più consapevole.

Arriviamo ad un progetto da me molto apprezzato Terra, Luce e Silenzio, nel 2015, in collaborazione con l’artista Luca Pantina e con Chiara Bentivegna e tanti altri artisti della scena catanese.

E’ un progetto che parte da una riflessione sul nulla, sullo zen e sul silenzio, il vuoto in cui si stagliano il suono e la parola, Una tela bianca necessaria senza la quale nota, la parola, il gesto perderebbero il loro senso. Anche l’opera di Luca con i calchi delle sue mani che riproducono le posizioni della meditazione vuole far scoprire il senso sacro del gesto quale preghiera interiore in un contesto aleatorio in cui l’esecuzione, formata da 3+3 momenti in cui suono e silenzio si alternano, rimanda ad una performance volutamente anti-commerciale perché non riproducibile. L’opera d’arte torna così ad essere un unicum di cui si può fruire solo nel momento in cui viene eseguita.

Del gesto artistico ti affascinano due aspetti antitetici, a quanto ho potuto osservare e, cioè, l’estrema libertà (la potremmo chiamare caso) unita all’estremo rigore.

Sì sono due poli in cui mi ritrovo. Nella perfomance Tempus, che ho presentato in una forma ridotta nel 2018 (dovrebbe debuttare in una forma definitiva nel 2020 ndr), ho ideato insieme al pittore Dino Mazzoleni un evento in cui ci sono 7 pannelli-quadri prodotti da Dino con una tecnica particolare – utilizzando, cioè, dei piccoli moduli quadrati che vengono immersi in acqua colorata per tempi diversi, impregnandosi di colore in modo assolutamente casuale – che diventano spartiti musicali, trasformando ogni tela in un’opera parlante che ogni fruitore può guardare (come quadro), può leggere (come spartito) e può ascoltare (come musica). La musica viene da me eseguita con il cellodronin, uno strumento cordofono-metallofono elettrico che consente di unire alcune impostazioni rigide ad una grande libertà di esecuzione.

Come si deve porre il pubblico di fronte ad opere come queste?

Ti rispondo immediatamente con una metafora: per me l’arte non è un’architettura ma è un giardino. Si possono stabilire alcuni parametri ma poi un giardino cresce a modo suo e con qualche sorpresa. Mi basterebbe, per essere felice, un solo spettatore ancora in grado di accogliere dentro di sé un percorso casuale che deriva da una mia performance.

Oltre agli scrittori già citati, nella tua formazione artistica occupa un ruolo fondamentale il musicista Giacinto Scelsi (1905-1988).

Scelsi è una mia passione e gli ho dedicato uno spettacolo Sogno 101 (in collaborazione con Chiara Bentivegna) che parte da un testo scritto dal musicista e che viene trasformato in una straordinaria partitura musicale recitata, dove ogni singolo fonema unito alla note musicali produce una sensazione frastornante nel pubblico che compartecipa.

L’ultimo spettacolo da te presentato si intitola Un’altra terra desolata che unisce sempre oralità, musica e immagine ma con un approccio ancora diverso.

E’ vero. Questa elaborazione nasce dall’incontro con Gianluca Aresu, un giovane musicista che lavora sulla sintesi granulare. Partendo dalla lettura di un mio testo che ha chiari rimandi all’opera di T. S. Eliot, le parole da me recitate sono scomposte da un computer settato in precedenza e riproposte al pubblico quale puro suono in un intreccio in cui tornano, ovviamente, Scelsi e l’oralità e in cui la parola diventa ancora puro suono astratto ma, in questo caso, riproposto casualmente da una macchina con un minimo intervento umano. Ad illustrare il senso della storia narrata interviene una bellissima opera grafica di realizzata da Luca Pantina con una carta e una tecnica di stampa particolare.

Hai conosciuto Manlio Sgalambro e hai collaborato anche con lui per alcuni anni.

Ho conosciuto Manlio Sgalambro da giovane, da poco laureato. Ho iniziato, come correttore di bozze, a lavorare con lui nei primi anni Novanta presso la De Martinis, la casa editrice che il filosofo aveva fondato insieme ad altri soci. Da lui ho imparato molto, devo dire, e mi è dispiaciuto quando questo progetto si è interrotto e ognuno di noi ha scelto altre strade.

Ma avete anche collaborato per un spettacolo insieme?

Nel 2009, abbiamo messo in scena Frammenti per versi e voce al teatro Piscator a Catania. Ai testi scritti da Sgalambro su Kant e Nietzsche, recitati da me e dallo stesso filosofo, si univa l’apporto musicale di Rosalba Bentivoglio. Ne conservo un ricordo molto bello.

Carlo, dopo averti sfinito con le mie domande e averti reso difficile gustare la pizza, concludo l’intervista con una domanda, anzi una curiosità. Hai fatto un viaggio che consideri indimenticabile?

Ne ho fatti diversi, ma, per il mio lavoro artistico, credo sia stato molto importante il viaggio in Giappone, sia per gli incontri che ho fatto, che per i luoghi e per lo spettacolo da me presentato al pubblico giapponese.

Ma com’è nata questa occasione?

Nel 2010, ho partecipato ad uno scambio culturale con l’università di Osaka con l’obiettivo di eseguire il mio spettacolo Dante. Vita nuova nella stessa Università di Osaka e a Naruto, presso il Museo di Otsuka. Mi hanno ospitato all’interno del campus universitario in una tipica casa giapponese tutta per me, ma, alla fine, non ho abitato lì perché, vedendomi solo, i miei vicini, molto gentili, mi hanno invitato a vivere con loro. Ho colto l’occasione al volo e ho avuto modo di conoscere Yasuku Kishigami, una famosa cantante e musicista giapponese di shamisen, il classico liuto della loro tradizione, che ha voluto suonassi con lei. Considerando la mia passione per la chitarra, che poi è il mio strumento (ho una piccola collezione), mi è sembrata un’occasione veramente unica e irripetibile. Aggiungo ancora che la sala (presso il Museo) dove ho tenuto l’esibizione era una copia in piccolo della Cappella sistina e lì ho recitato i versi di Dante per un pubblico entusiasta che, se anche capiva ben poco, era molto partecipe, risultando estremante sensibile alla bellezza dei suoni nell’opera dantesca. Come ultima sorpresa, prima di partire, Yasuku mi ha regalato il suo shamisen, il prezioso strumento, un dono che mi dato una felicità immensa per l’assoluta gratuità del gesto, segno di un’aristocratica cortesia.

Su queste parole si conclude l’intervista a Carlo Guarrera che ringraziamo per la sua gentilezza e pazienza e attendiamo al più presto la data per assistere ad una nuova e originale esibizione.

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