I pupi siciliani e l’UNESCO

Molti non lo sanno ma, oltre ai beni materiali, l’Unesco tutela anche quelli immateriali (tradizioni antiche che costituiscono un unicum da preservare) che, spesso, non avendo fonti scritte, rischiano di andare perduti per sempre. L’arte dei pupi siciliani rientra tra i beni immateriali dichiarati patrimonio dell’umanità e sottoposti a tutela in quanto è una cultura che, dopo la metà del XX secolo, ha rischiato di scomparire totalmente, complici i cambiamenti sociali ed economici che hanno trasformato la Sicilia. I pupi siciliani sono delle marionette alte (da 80 com a 145 cm), difficili da manovrare (bisogna stare in piedi) perché pesanti. Sono infatti adorne  di armature, di elmi con pennacchi e di spade. Le storie raccontate attingono all’epopea di Carlo Magno e dei suoi paladini, i guerrieri che combattevano  contro gli arabi spagnoli. Pescando nella intramontabile tradizione colta dei poemi cavallereschi, nel XIX secolo, nacque nell’isola un repertorio, trasmesso oralmente da padre in figlio. In seguito, questi canovacci furono trascritti e sono giunti fino ai nostri giorni.  Esistono due tipi di tradizioni relative ai pupi: quella palermitana, in cui i pupi sono più piccoli e snodati alle ginocchia, possono sguainare la spade e riporle e quella catanese, nella quale i guerrieri sono più alti e privi di giunture in modo da scaricare il peso sulle gambe del pupo e alleviare la fatica del maniante. Hanno la spada già sguainata e non possono riporla. Vista la pesantezza dei pupi catanesi, era impossibile per il burattinaio manovrare e parlare contemporaneamente. Ecco che i due ruoli, nell parte orientale dell’isola, sono separati: da un lato, il maniante, colui che fa agitare sulla scena il nobile guerriero; dall’altro, colui che da la voce, capace di modificare l’eloquio a seconda del personaggio. Non mancano le parlatrici che danno voce ai pochi personaggi femminili. All’interno della grande tradizione catanese, troviamo l’Opera dei pupi della famiglia Napoli, che porta avanti la salvaguardia e la difesa dell’antica arte dei pupari anche grazie al lavoro capillare nelle scuole. I Fratelli Napoli sono convinti che, per preservare il vecchio repertorio, sia necessario renderlo più vicino alle nuove generazioni proponendo storie più brevi e  rese più vicine alla sensibilità contemporanea. Non capiterà più, come un tempo, che il pubblico inferocito cerchi di picchiare Gano di Magonza, il traditore malvagio che, in combutta con gli infedeli, trama contro la vita di Orlando e Rinaldo, i due inseparabili cugini. Ma, forse, qualcuno ricorderà che la nonna, per commentare la subdola cattiveria di un conoscente, diceva “ié maganzisi”, riferendosi all’illustre e antico predecessore, e sorriderà.

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