Alina Marazzi

Alina Marazzi, ragione e sentimento

Quale prima intervista post-quarantena ho avuto il piacere di conversare on line con la regista Alina Marazzi, la cui opera prima, Un’ora sola ti vorrei (2002), è riconosciuta come uno dei prodotti cinematografici più originali prodotti nella prima decade del nuovo secolo, unica per sensibilità, capacità di introspezione e abilità, partendo dalla storia di una vita, di mostrare le contraddizioni di un’intera epoca.

Cara Alina, la mia prima domanda parte dalla tua formazione. Quale è stato il punto di partenza?

E’ stata una formazione tradizionale, potrei dire. Ho frequentato una scuola di cinema a Londra e lì ho sviluppato un interesse per la forma del documentario. La metropoli inglese, nei primi anni Ottanta, era una città stimolante, multietnica, lontanissima dall’Italia, e ha avuto su di me un impatto molto forte. Ritornata a Milano, ho continuato ad appassionarmi al documentario che ha non solo un aspetto tradizionalmente narrativo, ma permette anche una notevole sperimentazione. Nello stesso tempo, lavoravo come aiuto regista alternando uno sguardo al reale e uno alla forma artistica. Nel 1991, ho iniziato a mettermi alla prova con un cortometraggio che raccoglieva le testimonianze delle donne di Marettimo relative all’emigrazione.

Nel 2002, sei esplosa con Un’ora sola ti vorrei, un’opera anomala che rimescola le carte del documentario. Un lavoro molto personale, intimo in un modo straziante, che diventa, tuttavia, un’indagine su un vissuto di donna, molto attuale, e apre la strada ai tuoi lavori successivi.

Sono partita dalla costruzione di una memoria negata, quella di mia madre, e, quindi, da un’esperienza reale a cui si sovrappone una immaginata. Uno sforzo di decifrazione complessa in cui i ricordi immagazzinati in pellicole erano l’unica traccia che avevo a disposizione per ricostruire il senso di una vita. Uso immagini non mie ma le costringo a rivelare il non detto passando anche dai diari di mia madre che avevo potuto leggere.

La tua seconda opera, Per sempre – un documentario sull’esperienza vissuta all’interno dei monasteri di clausura (una scelta quasi scandalosa nella società attuale) da parte di alcune donne da te intervistate – credo prosegua il discorso precedente in un senso diverso. Negare totalmente il corpo storicamente ha portato le donne ad affermare la loro individualità e la loro intelligenza. Ma, soprattutto, mi ha colpito una frase pronunciata da una suora: in convento – dice – ha trovato quell’ascolto che era mancato nella sua vita precedente. Esigenza che riprende il vissuto della protagonista della tua prima opera che prova a farsi ascoltare in un contesto formato da persone che, pur amandola moltissimo, non riescono a capirla.

La scelta di dirigere Per sempre è nata all’interno di un progetto lavorativo. Ero stata assistente alla regia di Giuseppe Piccioni per il film Fuori dal mondo che ha come protagonista una suora. Mi sono avvicinata ad una realtà che non conoscevo e ho cercato di raccontarla partendo dalla testimonianze delle dirette interessate. Alla fine, erano donne normali che avevano compiuto, tuttavia, un salto radicale. Ho contattato diversi conventi e ho potuto filmare le suore carmelitane di Legnano, madre Elisabetta e, infine, ho potuto raccontare la storia di Valeria, la giovane novizia che, improvvisamente, nel corso delle conversazioni, cambia idea e lascia il convento.

Che opinione hai voluto trasmettere con quest’opera che indaga una possibilità estrema per le donne?

Nelle suore che ho incontrato ho visto la voglia di aprirsi alla società e di raccontare di sé e della loro scelta, ma non ho trovato la risposta definitiva che può valere per tutti. E’ un mondo fecondo e credo di essere andata al di là di una mera rappresentazione superficiale.

Nel 2007, è la volta di Vogliamo anche le rose, un documentario (ma come mi sembra riduttivo riferito al tuo lavoro) che vuole raccontare il femminismo attraverso la voce di tre donne diversissime per livello sociale, culturale e consapevolezza ideologica.

L’idea di questa nuova opera nasce da un invito presso l’Archivio di Pieve di Santo Stefano che custodisce solo diari e li mette a disposizione degli studiosi. La difficoltà del lavoro derivava dall’integrare le esperienze narrate in prima persona con un percorso declinato attraverso immagini di repertorio, non necessariamente coerenti tra loro, che avevano bisogno di essere idealmente raccordate.

Da questo punto di vista, il montaggio ha un ruolo chiave e non interviene solo sull’immagine ma diventa pure elaborazione grafica.

Era necessario cucire insieme le varie parti e solo la grafica consentiva una simile libertà e creatività.

A questo proposito, cito Ilaria Fraioli, la tua più stretta collaboratrice nel montaggio.

Quella con Ilaria è una collaborazione totale. E’ presente in tutti i miei lavori più importanti.

Tutto parla di te (2012)è, invece, una docu-fiction che racconta un’altra esperienza estrema delle donne: la maternità e la relativa solitudine.

E’ un’opera che, col passare del tempo, ha cambiato pelle. Nasceva come un documentario sulla depressione post-partum. Avevo incontrato infatti giovani donne che offrivano la loro testimonianza. Ma avevo bisogno di una parte di racconto più coinvolgente che inscenasse un incontro-scontro tra due donne, una più anziana – che non è necessariamente la madre – e una più giovane alle prese con il sentimento di isolamento dopo il parto, quella vertigine di essere in una bolla e di sentirsi quasi braccata dal bambino che non fa che piangere. Dai dialoghi tra le due nascono una bella solidarietà ed empatia e una sconfitta del sentimento di angoscia.

Ricordo di aver provato esattamente questo sentimento di ansia quando ho visto il film. Il pianto del bimbo, ad un certo punto, era veramente insopportabile, lacerante, quasi un chiodo nella carne. Un crescendo di frustrazione.

Volevo che lo spettatore provasse questi sentimenti contraddittori che sono presenti nella maternità: amore, senza dubbio,ma anche paura di non farcela, stanchezza, nervosismo. Si è spinti ai limiti. Solo in questo modo si può comprendere il profondo malessere di queste madri.

Non trovi, Alina, che in questi ultimi 20 anni la vera innovazione nel linguaggio cinematografico sia venuta dai documentari che ricevono giustamente sempre più attenzione da parte della critica e anche premi prestigiosi?

Sono d’accordo e credo che questa circostanza derivi dal fatto che c’è, da un lato, l’esigenza di narrare il reale ma che si nota, dall’altro, una sorta di impotenza della cinematografia tradizionale. Il cinema di finzione ha difficoltà ad interpretare il presente. La commedia, uno dei generi per eccellenza, è come esaurita. Esiste una generazione di autori che ha trovato in questa diversa forma espressiva una reale possibilità grazie anche alle nuove tecniche e all’accessibilità più immediata ai finanziamenti.

Anna Piaggi – una visionaria della moda (2016), l’ultima opera da te diretta, mi sembra che completi il tuo percorso. Racconti di una giornalista, anticonformista in ogni aspetto della sua vita, da quello pubblico a quello privato, con una voce forte, che ha avuto nel mondo della moda un’influenza che nasceva dal riconoscimento della sua professionalità, della sua competenza in anni in cui, come abbiamo visto, le donne facevano molta fatica ad affermarsi.

L’incontro con Anna Piaggi parte da una visita al suo Archivio che comprende gli straordinari abiti da lei indossati e anche un archivio degli articoli da lei redatti in una carriera lunghissima che le ha permesso non solo di conoscere i più famosi stilisti ma di essere stata lei stessa una vera talent scout in grado di scoprire i nuovi creativi e porli all’attenzione degli addetti ai lavori e a quella del pubblico. Penso ai cavalieri del Made in Italy , oggi famosissimi, ma, al tempo, sconosciuti ai più. Era una donna straordinaria, per dirla in breve. Viveva del suo lavoro e aveva fatto di se stessa un autentico personaggio e un marchio di fabbrica. La sua rubrica D. P. su Vogue era seguita da tutto il mondo della moda a caccia di nuove tendenze. Attraverso foto, collage e schizzi illustrati da brevi testi, Anna Piaggi era capace di individuare, con il suo fiuto, i nuovi fermenti degli anni a venire.

A questo proposito, in questo lavoro torna, con grande incisività, una grafica raffinata e necessaria al discorso narrativo in un rimando veramente unico!

Per una giornalista come lei che si nutriva di immagini e che usava le parole per raccontare l’idea di un abito e il mood nel portarlo il ricorso alla grafica è stato fondamentale. Il modo originale che aveva di illustrare i servizi di moda passava da una sofisticata elaborazione concettuale, geometrica – direi – che aveva bisogno di essere resa visivamente.

Passiamo ad una domanda piuttosto scontata. Come hai trascorso questi mesi in quarantena?

Potrei dire abbastanza bene perché, con tutta la famiglia, ho avuto la possibilità di rimanere in una casa vicino al mare. Ho potuto così organizzare le giornate scandite dalle lezioni sul cinema tenute da me e quelle dei miei figli con la didattica a distanza. E’ stato difficile, in particolare, sostenere mio padre che, da persona avanti con gli anni, era spesso preda di ansie. Non ho comunque avvertito la pressione e la paura che erano presenti nelle grandi città del Nord.

Ultima domanda: quali sono i tuoi nuovi progetti?

E’ ancora una proposta non ben definita e non voglio dire nulla per ora (Alina ha un bellissimo volto austero che si illumina quando sorride).

Non mi resta allora che salutarti e ringraziarti con affetto. Ho ricevuto da te un magnifico regalo!

Segnalo, ancora, ai lettori che volessero conoscere i primi lavori di Alina Marazzi che, il 28 luglio 2020, la piattaforma www.miocinema.it trasmetterà Un’ora sola ti vorrei e Vogliamo anche le rose. Buona visione!

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