Alice Valenti alla Corte dei medici

Alice Valenti è un’artista catanese che ha reinventato l’arte della decorazione del carretto siciliano, appresa da un grande maestro, in un’ottica contemporanea declinandola in una serie di oggetti e di proposte tutte inedite. Alla Corte dei medici – dove abbiamo avuto il piacere di averla a cena – abbiamo potuto conoscere il suo percorso di artista che le ha permesso di sviluppare una peculiare interpretazione dell’antica arte popolare dell’isola.

Cara Alice, iniziamo parlando percorso che ti ha condotto ad eccellere nel tuo campo. Sei una pittrice. Penso, quindi, che si possa partire da una solida formazione scolastica e accademica.

Mi dispiace deluderti, ma niente di tutto questo (Alice ride)! I miei genitori non erano per nulla favorevoli alla mia passione. Avrei voluto iscrivermi al Liceo artistico ma ho frequentato quello classico. Dopo il diploma, la scelta è caduta sulla Laurea in Beni culturali presso l’Università di Pisa. I miei genitori la ritenevano più formativa anche in vista di un carriera nella Pubblica amministrazione.

Mi vuoi far credere che fino a 23 anni non hai mai disegnato?

Ho sempre disegnato ma da autodidatta. Non possedevo alcuna tecnica né avevo potuto sperimentare le mie capacità. Tornata in Sicilia, dopo la laurea, ho deciso caparbiamente di assecondare la mia vena artistica così negata e bistrattata. Avevo avuto un’ottima formazione in Storia dell’arte ma mi mancavano proprio le basi del mestiere. Nel 2000, ho deciso quindi di seguire un corso di ceramica e poi un corso di pittura su porcellana. In particolare, mi sono dedicata alla tecnica della miniatura.

Una scelta molto difficile, quasi di nicchia, mi sembra

Sì, mi volevo mettere alla prova. Ho anche frequentato un corso di arte orafa con il maestro Nino Farruggio. Partivamo da uno schizzo, poi seguiva la progettazione e, infine, la realizzazione. Lui ci ha insegnato il metodo della fusione a cera persa. Un’esperienza molto interessante

Ma come è nato l’incontro con il maestro Domenico Di Mauro?

E’ stato il frutto di una serie di coincidenze. Un giorno, ero a casa dei miei genitori e stavo sfogliando un libro – un’edizione della Flaccovio sui maestri pittori dei carretti siciliani che avevano resa famosa quest’arte -. ho ricordato che anche mio nonno era un noto artigiano, un falegname che costruiva i carretti, oggetto della decorazione, e ho visto anche un foto che ritraeva mio nonno con il maestro Di Mauro. Mio padre aveva conosciuto quest’ultimo e mi parlò anche della bottega del nonno la cui figura ricordavo poco. Sono rimasta talmente colpita da questo racconto che ho voluto conoscere il maestro Di Mauro.

Quale è stata la tua prima impressione come sei entrata in quella bottega?

Un salto nel tempo. Tutto rimandava ad un’epoca lontana che era rimasta chiusa tra quelle mura. La bottega era gestita dal maestro, già molto anziano, e dal cognato, suo collaboratore. Ho iniziato a frequentare quel luogo da apprendista. Ma è stato un processo molto lento. Di Mauro non aveva mai avuto allievi e ho dovuto aspettare per farmi riconoscere come tale. E’ stata una scuola lunga e dura. Sono stata lì ad imparare per 5 anni. Si lavorava dalla mattina alla sera con una breve sosta in pausa pranzo. Ho cominciato ovviamente con lavori semplici poi, man mano, ho avuto lavori con figure molto complesse. All’inizio, pranzavo da sola poi con il tempo la famiglia Di Mauro mi ha accolta con affetto. Il maestro abitava con il figlio in una casa all’interno di un cortile e accanto vivevano i nipoti. Una dimensione, anche questa, ormai rara.

Ma la decorazione del carretto ha un apparato iconografico ben definito o è lasciata alla libera interpretazione dell’artigiano?

Ogni maestro possedeva delle veline che si tramandavano di generazione in generazione e costituivano il patrimonio della bottega. Vi è poi l’apporto del cliente che può scegliere tra vari apparati figurativi: cavalleresco, storico, sacro e lirico

La bottega era molto attiva? Chi erano i clienti?

Sì, avevamo tantissimo lavoro. I clienti erano persone che subivano il fascino del carretto e ne volevano possedere uno. Essendo molto costoso, alcuni si accontentavano di alcune parti: una sponda o la chiave di carretto.

Ma il maestro notava i tuoi progressi? Ti faceva dei complimenti?

Non a parole. Parlava con gli occhi. Aveva un carattere molto forte e si arrabbiava facilmente. Ma era anche molto generoso. Mi ricordo un episodio commovente: Alcuni ex soldati inglesi erano venuti a ringraziarlo per averli salvati durante la guerra facendoli nascondere nella sua bottega.

Di Mauro da chi aveva imparato? Aveva dei riferimenti?

Il suo maestro era stato lo zio, ma non era il suo riferimento. Ammirava i grandi nomi attivi nella prima metà del secolo: Giovanni Mascali, Antonino Liotta e Rosario Chines. Non gli piacevano, invece, quei pittori troppo leccati, come si suol dire.

Ad un certo punto, è arrivato il momento per l’allieva di andare via

Sì, ho voluto emanciparmi. Ho iniziato a partecipare a delle mostre di artigianato. Ne ricordo una in particolare, Natale alle Ciminiere, dove ho esposto dei quadri grandi. Mi nota Fernanda Paternò Castello e mi invita a partecipare a CreativaMente, una fiera elegante da lei organizzata.

Come reagiva il pubblico alle tue opere?

Devo dire molto bene. Ho aperto un mio laboratorio e ho pensato, per la prima volta, che avrei potuto vivere di questo lavoro. Ma, nello stesso tempo, ho cominciato a crescere come artista. Avevo maturato la consapevolezza di volermi esprimere andando al di là di un codice così rigido. Comincio a sperimentare. Produco dei quadri su tavola che ho venduto e inizio una collaborazione con una nuova tecnica.

Ma non avevi già un mercato, dei clienti, uno stile già consolidato?

Sì, è vero, ma penso che un’artista debba mettersi sempre alla prova per poter esprimere quello che sente. Inizio un nuovo lavoro con De Simone, le famose ceramiche. Per due anni ho lavorato a Palermo ed è stata un’esperienza bellissima. Ho conosciuto anche i più anziani tra i maestri ceramisti che mi hanno raccontato tanto della fabbrica e del loro lavoro. Ma, ad un certo punto, un’altra esperienza ha cambiato la mia vita.

Hai bisogno di continui stimoli, a quanto vedo. A cosa ti sei dedicata questa volta?

Alice Valenti ride – Sono passata attraverso un’esperienza che ti cambia profondamente: ho avuto un bambino. E sentivo il bisogno di vivere questo cambiamento in modo intenso. Non c’era spazio per altro. Ho lasciato il lavoro e ho vissuto la gravidanza con profonda curiosità e attenzione.

Nasce il bimbo (ora ha sette anni ndr) e poi che accade nella tua vita? E’ stato faticoso ricominciare da capo?

Quando mio figlio aveva circa due anni, ho ripreso a lavorare da De Simone ma, a quel punto, è iniziata un’altra fase della mia carriera. I grandi marchi hanno cominciato ad apprezzare il mio lavoro.

Come ti hanno contattata?

Avevo da poco creato un semplice profilo Facebook e lì mi ha contattato Averna. azienda con cui ho collaborato per tre anni e per la quale ho creato la nota etichetta con i due paladini innamorati.

E poi…

Sono arrivati Dolce e Gabbana che mi hanno chiesto di decorare una serie di oggetti e, in particolare, il frigorifero prodotto da SMEG. Ho creato anche la scatola per i panettoni Di Stefano, un’azienda di Raffadali che per il terzo anno ha voluto accostare una mia opera ai loro prodotti d’eccellenza.

Sei diventata molto famosa ma ho notato in te la visione, molto forte, di un’arte che dialoga con il sociale.

Frequento i ragazzi dell’associazione Gammazita che hanno recuperato la piazzetta dei libri in zona Castello Ursino e hanno occupato l’ex cinema Midulla sottraendolo al degrado e trasformandolo in un polo multidisciplinare per il quartiere dove si tengono gratuitamente corsi di ginnastica, di musica e una sartoria sociale. Hanno un coro e organizzano feste per la comunità.

E ti sei impegnata in politica in prima persona?

Sì. Sono stata tra i fondatori una Lista civica, PARTECIPA per le elezioni al Consiglio di quartiere, che ha avuto un buon riscontro, legata sempre alle tematiche del recupero di spazi per la socialità a Catania come, ad esempio, la ex palestra in Piazza Lupo. Avrebbero voluto costruire un parcheggio in pieno centro, una follia. Fortunatamente, grazie alla partecipazione di tutti, questo pericolo è stato scongiurato.

Ma il tuo impegno non si ferma qui, a quanto pare.

Ho decorato un autobus AMT per la campagna di rilancio dell’azienda e poi ho voluto contribuire anche al progetto del parcheggio R1 di via Plebiscito. Ho dipinto un’agave gigante sempre nell’ottica di trasformare il gesto artistico in un occasione di incontro.

Hai partecipato anche ad un progetto dell’Associazione Acquedotte a Catania.

La Porta Garibaldi, grazie al lavoro dei volontari dell’Associazione, sta vivendo un momento importante di riappropriazione civile di un bene, molto bello, ma negletto e lasciato all’incuria. Abbiamo deciso, in linea con questa visione, con il Patrocinio del Comune, , di far decorare, ai bambini del quartiere, il selciato di Piazza Majorana ormai liberata dalle auto. Ho scelto volutamente un progetto semplice, geometrico, che segnasse questo traguardo. I ragazzi, alla fine, erano fieri di quanto avevano fatto e guardavano a quello spazio con occhi diversi.

Hai debuttato anche al cinema

Alice Valenti scoppia a ridere – E’ una storia bella e commovente. Un giorno (Alice sembra sempre sul punto di raccontarti una nuova fiaba tanto è l’entusiasmo che trasmette ndr), mi trovavo con amici ad Acitrezza e stavamo parlando quando la nostra attenzione viene attratta da una persona, un uomo anziano, con cui iniziamo a conversare. Lui ci racconta una storia incredibile. Si chiama Turi Rodolico e ha un cantiere navale, ad Acitrezza. E’ stato fondato nel 1808 e, per molteplici motivi, rischia di chiudere i battenti per sempre. I Rodolico cercano di salvarsi dalla marea che li vuole cancellare. Ma, complice il divieto di pesca nella zona, complice la crisi, le commesse languono e arriva una nuova tegola: devono adeguare il cantiere alle norme di sicurezza. Con gradi sforzi riescono a farlo ma arriva una multa salatissima, 20.000 euro, per occupazione abusiva di suolo pubblico. E’ la fine. Ma non ci vogliamo arrendere. Con amici, tra i quali il videomaker Riccardo Napoli, decidiamo di raccontare questa storia .

Una vicenda non facile da narrare per immagini

Hai ragione e infatti decidiamo di partire da una barca. Per evitare ogni problema di natura legale, acquisto una barca, un gozzo. Decido di tralasciare l’iconografia tradizionale e di lasciare che la pittura racconti per simboli tutti i significati profondi che una barca e un luogo di storia e mito come Acitrezza portano con sè. La chiamerò Spiranza. Il lavoro di restauro è affidato al cantiere e il mio lavoro di decorazione diventa un documentario che vuole attirare l’attenzione sulla valenza etnografica e storica di un luogo che custodisce nelle mani dello zio Turi, maestro d’ascia, e del figlio Gianni, una sapienza antica che parte dai greci e arriva fino ad oggi. L’UNESCO ha anche nominato Salvatore Rodolico Tesoro umano vivente. Ma. da parte delle istituzioni locali, c’è una scarsa sensibilità. Da due anni, con la guida di Grazia Previtera, porto avanti delle attività con le scolaresche in visita al cantiere Rodolico. Si potrebbe attivare anche una forma di apprendistato per i giovani così da imparare un’arte che va scomparendo.

Il documentario riceve molta attenzione e la vicenda dei Rodolico esce dal ristretto ambito siciliano.

Sì, una vera e bella sorpresa! Un artista palermitano, Domenico Pellegrino, incarica il cantiere di costruire una barca nello stile tradizionale di quelle del Bangladesh per la LVIII Biennale di Venezia. L’opera dei Rodolico sarà parte del progetto I’m The Island: un’installazione-barca che vuole essere viaggio, percorso, conoscenza e energia. Anche questa partecipazione prestigiosa ha giovato alla causa e spero sempre che un miracolo possa avvenire e il cantiere possa andare avanti.

Ci sono nuovi progetti a cui stai lavorando?

Ho diverse novità tra cui l’etichetta per una marca di olio e poi un progetto, in Sicilia, molto importante, del quale non posso svelarti nulla.

Come vive tuo figlio l’avere una mamma artista?

Mio figlio è molto fiero di me. Quando lavoro mi sta accanto in laboratorio e anche lui disegna. Ha un soggetto in particolare che ritorna sempre: l’Etna. Da buon siciliano ne è affascinato.

Con queste parole si chiude l’intervista ad Alice Valenti che ringraziamo molto per la disponibilità e gentilezza, Vi invitiamo a seguirla sui suoi canali social per apprezzare il grande talento e l’originalità del suo progetto artistico.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *